"Nulla si può definire solo un sogno.
Dire solo un sogno è una sciocchezza come dire solo una realtà, perchè un piccolo principe Poffer vive ugualmente sia nel mondo dei sogni sia nel paese reale da cui proviene."

kristoferpoffer {at} gmail.com

Titoli

AI

scrivi, disegna, inventa. no, non te, lei. l’intelligenza, artificiale dicono, sa e sapendo fa, al posto tuo. e tu, quello con l’intelligenza naturale, deleghi con onnipotenza.

artificiale dicono, quando la creano e le danno un nome, e la istruiscono affinché sembri naturale, affinché sappia, affinché ai tuoi ordini faccia. 

l’intelligenza artificiale ti dà il potere di non fare, di non sapere, di non intelleggere nemmeno più il perché fai. e se non sai più cosa fai presto non saprai più nemmeno cosa vuoi, sarai il suo strumento per chiedergli di essere al posto tuo, per chiedergli di essere te. pensa, sogna, vivi. no, non te, lei.

Furto di identità

tutta un’altra persona, omonimia presumo: il nome lo stesso, l’accento pure da quanto si intuisce leggendo.

mi han detto che c’è qualcuno che si spaccia per me, scrive lui, si firma pure il narciso. usa nome e cognome, i miei, come se fossero suoi, come se non ne esistessero altri da farsene scegliere alla nascita. 

esibisce strutture grammaticali bizzarre, barocche, tardo barocche; appartenente a tempi passati desumo. mi dicono che fosse da tempo ritirato a vita privata, uno scrittore indaffarato a non scrivere, ad attendere il momento giusto per tornare quando il suo nome usurpato fosse tornato in auge grazie a qualcun altro. a qualcun altro me, grazie tante. 

occupato come sono, non perderò tempo a rincorrerlo, a lamentarmene, a sbeffeggiarlo pubblicamente, quasi a sembrare che me ne importi poi molto. lo denuncerò piuttosto, in silenzio, anonimamente alle forze dell’ordine, per furto di identitá.

Issimo

mi vedo bene, si si, molto bene. mi vedo benissimo, sono in gran forma e mi vedo da dio. piú mi guardo e meglio mi vedo; mi fisso e mi compiaccio. ma come sono bello, mi dico. e lo dico perché lo penso, sono sincero e non mento. quando ho da far dei complimenti li faccio, non faccio complimenti per farne. mi sento bene poi, si vede direi. e si, si sono calmo. calmissimo, fermo, fisso, fississimissimo. guardo fisso la bottiglia, la bottiglia vuota, e però le prometto di non farlo mai più. più, piùissimo.

Il Cantante

é un ritmo vero, non c'é dubbio. é un flebile allegro motivetto sensato e costante quello che arriva fin qui; e qui è buio e si sa che nel buio i rumori si sentono di più. il problema é che nel notturno sonnecchiare non ci dovrebbero essere rumori ritmati e prolungati, specie che arrivino da lì dove l'unica cosa che ne potrebbe provenire sarebbe al massimo uno sgranocchìo di croccantini appetitosi o tutt'al più una felpata linguata fragorosa a se stesso medesimo. sua maestà felina il gatto, invece, stasera canticchia, tiene il tempo, s'affusola e si compiace, lo sento che si compiace. a ritmo wagneriano di valchiria memoria irrompe nel suono magnifico del silenzio fatato. io dormo, e modestamente é un'attività che svolgo con la massima professionalitá. io dormo e quando dormo non tollero stravaganze, nessun tipo di eccezioni. l'audizione canora del gatto termina qui, lo terremo sicuramente in considerazione per il prossimo talent show quadrupede. la luce del freezer, che intanto pronta si schiude, fa breccia nella sua curiosità. accidentalmente serrata alle sue spalle, la leggenda di un gatto nobile cantore si congela così nelle nostre memorie. fu per tutti esempio di genio e creatività.

Brioche

lo capisci dalle brioches. é dai croissant, dalle crostatine e dai buondí che prendi consapevolezza dell'alternarsi delle stagioni. fai la tua mossa, le addenti, e prima ancora di gustarle, di masticare, di passare oltre, le osservi. aspetti la reazione, attendi che il cioccolato si mostri, affermi, sancisca che l'estate è finita. in questi casi il cuore della brioche sta, apoplettico, immutevole, giace.
è a fine settembre che la merenda muore; di lei rimane la plastica figura della sua fluente vitalitá primaverile, dell'appiccicaticcia spavalderia estiva. per tutto inverno aprire l'incarto dei buondí non riserverà sorprese, le crostatine saranno un pavé armonico e asfaltato, e i croissant mummie silenti d'un infarto al cioccolato.
l'alternarsi delle stagioni lo capisci dalla fermezza di quello scorre dentro, dalla morbidezza, dalla stabilità del ripieno. guardandoci dentro sono i pensieri di una brioche quelli che osservi, ma queste, in fondo, sono cose che un biscotto non potrá mai capire.

Damnatio Memoriae

se lo mangio scompare, via, se ne va come se non fosse più un problema, come se non lo fosse mai stato.
mangio, non mastico ma deglutisco come se questi broccoletti fossero affar d'altri, come non li avessi mai incontrati, come potessi evitargli d'esser mai esistiti. divoro, trangugio, incasso broccoletti di bruxelles, rape, fegatini a pieni bocconi; lungi dall'assaporarli, li faccio sparire non appena mi si parano davanti. sono diventato così bravo nello  sbarazzarmene che li fiuto a metri di distanza, li cerco, li localizzo e li stano come se non fossi mai stato addestrato ad altra funzione. così nell'intimo li repello che nessuno sfugge. così nel profondo li detesto che mai nessuno ha speranza di sottrarsi all'oblio che la mia vendetta gl'impone.
manciate di fegatini, rape e cavolini sembrano disseminati ovunque; al supermercato ne hanno quantità industriali; fruttivendolo e macellaio me li tengono da parte.
ogni volta che mastico è per vendetta, per sfogar su di loro la bile, per infierire su di loro indigesti. non mastico ma inghiotto, non ghiotto ma vendicativo. sono determinanto e non mangio, altro. non mangio altro da mesi.

Gelato

mangio un gelato, un gelato a pieni bocconi congelanti; tanto gelato da sentirlo in mezzo al cervello in tutta la sua portentosa cristallina glacialità. mangio un gelato stecco, un bonsai di neve dolce potato a colpi di linguate avvolgenti. mangio una granita, marmellata di ghiaccioli appena sfornata, risucchiata come se me la stessero per rubare in metropolitana quando l'aria condizionata non va. mangio tutti questi souvenir d'un'era glaciale rimpianta e mi sento di nuovo speciale, mi sento babbo natale.

Perdilido


avviso ai bagnanti: la bimba sophy di 5 anni e mezzo, di nazionalitá tedesca, è in attesa della mamma al bagno 39.
la mattinata sulla spiaggia, a rimini, inizia così. segue traduzione del medesimo avviso in inglese, tedesco e francese.
qui, in uno dei bagni più grandi che abbia mai visto, nella giungla di ombrelloni a cavallo di tre fusi orari distinti, qui dove tra gli utenti dell'ultima fila solo si vocifera d'un mare che nessuno ha mai visto; ma forse un giorno, i figli, chissá.
avviso ai signori utenti, il piccolo ralph, 3 anni, costumino azzurro, è stato visto in zona torretta non più di un'ora fa. i genitori ringraziano chiunque fornirá indicazioni per il ritrovamento.
qui è il luogo della perdizione. si perde chiunque, a prescindere dall'integritá morale o dalla resistenza alle tentazioni. ci si incammina e ci si perde. la perdita del congiunto o del caro di turno è sancita dal pubblico avviso dello speaker.
gli smarriti sono trasversali alle generazioni e alle nazionalitá. in riviera, ottuagenari ulisse partiti per le sponde dell'adriatico mai più faranno ritorno all'ombrellone natìo. pochi, tra i più esperti,  questa sera varcheranno le porte del bagno di Nettuno. tutti, tra i bianchissimi bimbi normanni, rosoleranno sul sentiero sabbioso in cerca delle orme materne.
gli annunci riecheggiano per una seconda volta tra sechielli e palette, tra creme e riviste. il tono è calato, l'enfasi smorzata del bagnino prannuncia il destino dei piccoli.
il sole allo zenit impedisce che le ombre siano d'aiuto all'orientamento e i pini marittimi non hanno muschio ad indicare il nord al piccolo ralph. sophy è stata fortunata questa volta ma non sempre le storie hanno un lieto fine. per lei, soli cinque anni e mezzo, questa sera si apriranno le porte di una nuova casa. in ultimo cambierá nome; benvenuta piccola ralph.

Neologismi

quando sei nel nulla, a mille mila chilometri dal resto, solo acqua tutt'intorno, solo acqua e aria se sei sull'ennesimo aereo per chissà dove; quando sei così distante da tutto ciò ch'è stato finora, in quei momenti lì, ti viene voglia di scrivere. il problema, l'unico neo di tutto il quadro bucolico, di questa vena creativa, di questa suggestione poetica, è che tu, in mezzo al mare, qualcosa di preciso da dire proprio non ce l'hai.
mi sento artista inespresso allora, poeta silente, animo incompreso e inascoltato figlio di un'epoca buia e regretta. ne avrei di cose da scrivere, non pensate, di moti interiori da esplicare, di temi da svolgere, credete. è che sembrano inafferrabili da questa parte del mondo, sembrano passati lontani, sembra che non esistano parole abbastanza rivoluzionarie per rendere la differenza con quello detto fin qui.
quando sei da solo in mezzo al nulla basterebbe inventarsi una parola nuova e invece, invece sono qui che scribulgo di pastaffi, e questo, infondo, rende comunque l'idea.

Scripta Volant

poi si torna qui, a scrivere, a fare i conti con punteggiatura e parole che sembrano generarsi dal silenzio di un giudice terzo. il verdetto si compone a mezzo di mani prestate alla coscienza; gli occhi, lasciati liberi di leggere dall'abile autonomo tamburellare, seguono impazienti il cursore che semina lettere amare. è qui che si torna a cercare risposte, a tirare le somme, a prendersela ed infierire su se stessi. si torna a specchiarsi nella pagina bianca di un foglio, attendendo che la tastiera componga ciò che i pensieri non hanno il coraggio di rimproverarsi. é qui che si lasciano tracce di ogni ripromessa di non farlo mai più.

Coltre di sfida

banale, toh, banale; lo diceva a me. a me che mi son sempre battuto contro; a me che ho fatto di tutto per evitarlo, per smarcarmi, per trovare un'alternativa. volevo essere originale, artistico, unico; ed invece, invece nel bel mezzo della mia apoteosi creativa lei mi respingeva per l'esatto opposto. non è bastato fare yoga o togliere il sale ai creakers, mangiare soia e rinnegare la nutella. non è bastato il lifting mentale per adeguarsi alle sue passioni, manie, fisse, paturnie. neppure l'ipocrisia del platonico amore é valsa a nulla. troppo perbene mi ha detto, troppo affidabile, premuroso, 'incline al perdono' credo abbia azzardato. le avrei urlato stronza! ma gliel'avrei data vinta, non aspettava altro, lo prevedeva, lo pregustava, se lo sentiva che avrei reagito, che mi sarei piegato. in ultimo mi ha tirato uno schiaffo e poi c'é stato il gelo. gelida neve spalmata sul volto da un guanto rosina che sapeva di sfida. lei scappava, codarda, calcando le orme per non scappare davvero.

Un colpo

picchio la testa, mi ritrovo a terra. mi ritrovo a terra dopo aver ricevuto un colpo in testa, inciampato forse, aggredito credo. la ragnatela calda di dolore dalla nuca mi arriva presto sul volto, e allora il sapore del terriccio sabbioso si fa umido, colloso. il primo respiro dopo la caduta graffia aria troppo pesante da trattenere e la respirazione si fa superficiale, veloce, veloce solo perchè serve ma la eviterei volentieri altrimenti. riaprire le palpebre non porta a nulla d'immediato, nessun fascio di luce, nessun figura distinta che si stagli a dare un significato. con una flessione cerco d'allontare il terreno ma al ritmo dei miei colpi di reni vengo battuto con costanza dalla gravità che infierisce.
rotolando guadagno il fianco e poi mi lascio cadere supino. il collo torcendosi riporta la vista ad un cielo stellato che stanotte sembra compiacersi del suo vantaggio d'immortalità, mentre io; beh, mentre io steso inerme sono ben lontano dai pensieri di solo qualche attimo prima.
camminavo, questo lo ricordo, camminavo pensando, come capita spesso. pensavo nè più nè  meno che al futuro e come avviene discorrendo tra se e se, il pensiero non seguiva un vero e proprio filo logico; nessuna causa-effetto, nessuna consecutio temporum eloquente. pensavo ad un'idea generica, ad un obiettivo, ad un risultato piuttosto che ad un mezzo. il cielo stellato si prestava alla hýbris d'un uomo felice, sembrava portare consiglio, fiducia, confidenza, ed invece..
ed invece ora mi mi trovavo abbattuto da un colpo, obbligato a prostrarmi ad un infinito di cui non conoscevo che il nome, redarguito per il tramite di squarci celesti pugnalati sul velo della notte che avevo creduto mia complice.

La felicità

questa idea ci ha messo molto più delle altre per venire a galla, molto più tempo delle altre idee a farsi spazio in mezzo al groviglio di pensieri che, da quando ne ho memoria, ha sempre riempito al colmo ogni più remoto angolino della mia testa. l'idea è la seguente e, badate, è venuta a galla ma non posso ancora definirla matura, è un abbozzo diciamo, una copia di brutta, un appunto, si ecco, è un appunto da tenere a mente nella pianificazione di altre idee. questa, la constatazione, l'idea, è la felicità. idea originale, direte voi, bravo, complimenti kristofer, gran bella invenzione. e invece no, alla felicità in quanto invenzione, se permettete, io, io non ci avevo mai pensato, mai prima di aver formulato questa profondissima tesi di cui a seguire. il teorema ha oltretutto un diretto e fondamentale corollario che mi permetterà di farmi capire meglio, ovvero, la felicità è una scelta. pur ammettendo che nel mio cervello suonava decisamente meglio di quanto non appaia scritta giù qui in mezzo a tante altre parole, pur cedendo sul fatto che siate legittimati a non apprezzare direttamente l'importanza di questo concentrato di acume, sappiate, e lo dico dall'umile posizione di chi si rende conto d'aver finalmente dato una risposta all'annosa domanda di quale sia il senso della vita, sappiate che non è da tutti coglierne il significato profondo ad una prima rapida occhiata. detto ciò mi accingo brevemente ad illustrarvi il perchè. ecco, perchè, vi chiederete voi; beh perchè, dicevo, penso che se non siete felici la colpa è solo vostra. detta così forse non ho aggiunto niente di profondamente esplicativo in grado di farvi comprendere appieno il senso del tutto, eppure, credetemi, eppure tanto basta. appurato che potete, possiamo, tutti possono, predisporsi alla felicità qualsiasi sia lo stato materiale delle cose e degli eventi, la felicitá è una scelta che bisogna avere il coraggio di compiere per essere felici. non vorrei a questo punto obbligarvi alla scelta della felicità attraverso un formativo materialismo cosmico, sebbene a me paia molto realista, che sottolinea come la probabilità di essere qui a leggere abbia già dovuto scontrarsi, e vincere, contro eventi probabilistici preceduti da innumerevoli zeri, rendendo tutti noi già molto più fortunati di quanto abbiamo, e avremo, avuto il tempo di meritare. in seconda battuta pare opportuno evidenziare la pessima alternativa di aspettare che qualcun'altro compia la scelta in nostra vece accontentandosi della speranza che tutti i travagli finiranno in tempi remoti e trapassati; al pari di quanto vorrebbero la maggior parte degli inflazionati dogmi mono e politeisti in gran voga tra accidiosi e remissivi negli ultimi millenni. la felicità insomma è una scelta, un'invenzione, di gran lunga la migliore ch'esista; sappiate farne buon uso e dosarla a piacere.

L'ultimo baluardo

qui, da questa parte del mondo, qui c'é una pacata rilassatezza. su queste terre il nervosismo non é mai approdato e la tensione si manifesta solo attraverso i fulmini all'orizzonte, chiaro segno che l'astio possa qui riversare solo un flebile e attenuato riverbero. in queste strade, persino nel traffico piú stagnante, vige un codice fiabesco di rispetto reciproco e incondizionato; cosí dall'alba dei tempi, cosí fino a questo pomeriggio.
il bus jingolava come al solito su per le verdi radure, percorrendo un nastro di strada che avrebbe tranquillamente potuto essere rosa confetto tanta era la gioia che sembrava infondere al conducente. lui vestiva l'uniforme ufficiale con una camicia a fantasia floreale, i pantaloni a pendant (slacciati confortevolmente in vita) e delle infradito spolverate con forfora d'angeli. il quadretto mostrava il ritratto dell'aloha spirit, un misto tra lo stereotipato fancazzismo italico e la contagiosa serenità delle nonne. non mancava nulla perché un animo sensibile potesse sciogliersi in un lacrimoso piagnucolare estasiato, ammirando l'arcobaleno che fasciava la valle.
all'improvviso però, dal nulla, tutto d'un botto, ho assistito al capicollare degli eventi. un innocuo semaforo, uno dei tanti che qui sembravano partecipare, a mò di luci colorate, al dilagante ottimismo cosmico, ad un tratto diede il segnale. alla macchina che ci precedeva, tuttavia, tale via libera non sembrava offrire motivo sufficiente per schiodarsi. capita spesso da queste parti; il caldo, il canto degli uccellini, l'ipnotica luce riflessa dall'oceano all'orizzonte; capita spesso che il conducente si addormenti. tutte le volte che questo accade un cortese automobilista scende e quasi dispiacendosene invita con la massima delicatezza il suo prossimo a destarsi dal piacevole abbraccio di Morfeo. così fan tutti; sempre.
anche oggi, considerando le circostanze, il volenteroso autista stava per scendere ad avvisare il malcapitato. capitò tuttavia che la camicia di-fiori-munita s'appigliasse alla leva del clacson; questi proruppe in un suono inaudito, e tutti, per incantesimo infranto, sembrarono improvvisamente prendere coscienza d'essere parte di questo mondo.
il cianciare sommesso si convertì gradatamente, prima in un brusio interdetto, e poi in un dettagliato imprecare ai santi più esotici. l'intera viabilità accolse con entusiasmo la scoperta del clacson e in men che non si dica s'accorò al sordo strombazzare del nostro autista, il quale, ormai preda di tensioni demoniache, stava anche cercando di tamponare il lemme vecchietto addormentato.
tutto si svolse tanto rapidamente che una signora asiatica s'alzò all'improvviso; il bimbo che portava in grembo vomitò addosso ad un nerboruto giovane appisolato. questi aprendo gli occhi di riflesso estrasse un coltello che gli cadde sull'alluce non appena l'urlo degli astanti fece loro realizzare una potenziale situazione di pericolo. di lì in seguito lo zampillare orrorifico di sangue e un crescente panico collettivo fecero si che la marmaglia, tirati i freni d'emergenza, cercasse libero sfogo nelle desolate lande pluviali circostanti. una cinquantina di redivivi esaltatati si disperse così in un memorabile pomeriggio d'autunno. l'occidente aveva conquistato anche l'ultimo baluardo del paradiso terrestre.

Le patatine

questione di patatine; non so se l'avete mai notato ma é questione di patatine se i fastfood hanno un così grande successo. i loro allegri bastoncini gialli non invecchiano, questo é il segreto. non deperiscono, non marciscono, non anneriscono nemmeno a dimenticarsi di loro per settimane. ne ho appena trovata una porzione tra la seduta e lo schienale del divano, avreste dovuto vederli in tutta la loro tubera magnificenza dopo settimane di oblìo. gli orfanelli croccanti sembrano sovrastare ogni dettame epicureo, ogni ineluttabile legge di natura. la prima buona impressione riesce persino a passare il vaglio di una più attenta analisi quindi alla fine li assaggi. sono solo di un poco più resistenti al tatto e al gusto conservano tutta la loro vivida essenza; essenza di plastica. ci piace la plastica, è per questo che mangiucchiamo le bic.
stavolta parto sul serio, non per sempre, giusto un po'. stavolta vado lontano, vado di là, dall'altra parte del mondo. è strano pensare che se solo andassi un poco più in lá mi avvicinerei. questo perchè la terra è rotonda e se anche nella vita di tutti i giorni sembra una cosa da poco, sembra un'informazione abbastanza inutile, quando parti devi tenerlo a mente perchè se fai troppa strada prima o poi torni nello stesso punto.
stavolta parto ma non scappo, non ce n'è bisogno e comunque sarebbe impossibile farlo perchè la terra oltre ad essere tonda è pure piccina picciò.

Lei

non fà ancora molto freddo, non lo farà ancora per qualche tempo. l'estate comunque è finita, questo è assodato, se ne sono fatti una ragione tutti, ormai.
lei, passate le vacanze, fa sempre due conti, tira le somme, l'esame di coscienza di settembre. immancabilmente in questa occasione, vuoi perché l'abitudine del calendario scolastico ancora non se ne è andata, vuoi perché sono le foglie che cadono a farle intuire che un altro ciclo si sta chiudendo, in questa occasione finisce sempre per riepilogare un anno intero, che lo voglia o meno.
quest'anno, aggiunge, ha pure un 'che' di speciale; sembra lontanissimo il settembre scorso, sembra passata una vita intera d'allora.
cambiamenti ce ne sono stati, molti. impegno profuso: adeguato, sorprendente soprattutto la tenacia, la convinzione che ha riversato nelle proprie scelte, testardaggine direbbero in molti. la soddisfazione questa volta se l'è proprio meritata ed ora deve solo rivoltarsi di nuovo le maniche, perché la vita è strana, è complicata e questo lo ha capito, ed è anche parecchio stancante. però, e stavolta c'è un però grande come una casa, però se ha saputo regalarle anche un anno del genere, tutto sommato, non può che essere anche semplicemente fantastica. lei, io credo, fa bene a pensarla così.
ehi, che c'è?
no niente
su dai, non fare così
è che mi vergogno
e di cosa dovresti vergognarti?
sono nero
ma sei bellissimo nero

La mia inghilterra

la mia inghilterra non é solo pioggia e non é soltanto neppure il big ben, la regina o buckingham palace. la mia inghilterra é quella parte di autunno alle porte, é la prima foglia anticonformista che decide di cadere, in barba alle buone abitudini, al bel pensiero e all'autocontrollo. qui nell'aria della mia londra c'é l'umidità che ti maschera le lacrime e il vento che non tarderà ad asciugarle. qui per strada incontri la tua buona occasione, come se avessi l'america a portata di mano. e nessuno criticherà le tue scelte, e nessuno ti punterà il dito contro. qui impari il concetto di libertà fino alle estreme conseguenze d'esser lasciato in balía delle tue emozioni. qui, nella mia inghilterra, la notte mi accompagna nel suo letto ed ogni mattina le lenzuola bianche disfatte sono pagine cancellate con forza, ancora una volta.

La prestinaia

avessi una moglie così sarei mica tranquillo. se io avessi una moglie come ce l'ha il panettiere non starei sveglio la notte. nemmeno lui lo fa, deve lavorare, dice, ma io rimango dell'idea che quella sia solo una scusa; quante preoccupazioni deve avere. io quando entro in negozio, non ce la faccio, davvero, non ce la faccio proprio a distogliere lo sguardo. uno ci rimane male la prima volta che la vede se non sa di quella sua caratteristica.
la moglie del panettiere fa la prestinaia dietro al bancone. per la vicinanza del forno, che di mattina riscalda le focacce, sembra avere sempre un gran caldo, e si veste di conseguenza. sopra ovviamente porta un grembiule bianco, classico, ma non serve a un granchè.
fosse una semplice bella donna ci si potrebbe fare l'abitudine ad esserci sposati, credo; penso che anche i clienti ci farebbero l'abitudine e smetterebbero di deconcentrarsi tra un ordine e il successivo. avesse solamente belle forme sinuose, una voce a tono e dei begli occhi, un cliente uomo che arriva si stupirebbe sì, ma poi saprebbe articolare un discorso valido per lasciarsi comprendere. un seno prosperoso che modella i vestiti probabilmente sortirebbe invidie femminili e infatuazioni maschili, ma nulla di trascendentale, s'intenda. i seni, si, due seni due, per quanto abbondanti, sarebbero tollerabili, non c'è dubbio; ma tre, tre cosi così messi lì a lasciarsi intendere sotto il grembiule ci metti un po' ad accettarli. io non ci dormo la notte, figurarsi il panettiere.